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:: Storia delle giudicarie
Dal volume Le mie Giudicarie di Mario Antolini (Antolini Editore, Tione 2002)
PREISTORIA E ARCHEOLOGIA
Le più antiche presenze dell'uomo in Giudicarie, ossia quelle delle palafitte di Fiavé nel Lomaso, sono state studiate ed analizzate in modo particolare da Renato Perini, il quale colloca i primi insediamenti «alla metà del terzo millennio a.C.» ad «opera di un particolare gruppo umano del Tardoneolitico». Successivamente «nel 17° secolo a.C., appare un nuovo insediamento umano stabile, collocabile nell'antica Età del Bronzo avanzato, ma nel 14° secolo a.C. l'imponente abitato palafitticolo interessante l'insenatura del lago [Carera] è stato abbandonato in maniera totale per cause ancora sconosciute; tuttavia, contemporaneamente, lo stesso gruppo umano - collocabile nella Media Età del Bronzo - potenziato da nuovi arrivi, ne ha costruito uno nuovo tecnicamente più avanzato». Le vicende palafitticole si concludono «nel 13° e 12° secolo a.C., dopo che un incendio aveva distrutto l'abitato sul dosso. Questo fatto ha segnato la totale scomparsa degli insediamenti umani nel sito della Carera».
Sempre interessanti le descrizioni e le congetture degli esperti su quella che sarebbe potuta essere la vita e l'attività dei palafitticoli giudicariesi, improntate a ciò che sarebbe diventata la caratteristica base delle nostre popolazioni fino a pochissimi secoli fa: la coltura della terra, vita da contadini e da allevatori e cacciatori capaci di rendersi anche provetti artigiani per sopperire tecnicamente alle necessità primarie della vita di gruppo: casa, utensili, attrezzi da lavoro.
Parlando di Preistoria, anche l'area di Sténico è risultata testimone di un'antica presenza umana, come riporta la notizia Aldo Gorfer nel suo prezioso scrigno di testimonianze giudicariesi, ossia nel secondo volume Trentino Occidentale de Le valli del Trentino: «Diversi rinvenimenti archeologici fanno sospettare l'importanza della zona [di Sténico], quale centro abitato, fin dalla Preistoria. Nel 1968 il Museo Tridentino di Scienze Naturali condusse un sondaggio in località ai Baili, sulle solitarie coste dei Calféri e nei vicini campi ai Bis, dove già nel passato furono trovate tombe e inumati, resti di vaso e tre anelli di bronzo. Gli oggetti di ceramica e di bronzo rinvenuti nel sondaggio sono assegnati alla tarda Età del Ferro. Le lettere graffite delle scritte su parecchi vasi appartengono all'alfabeto reto-trentino o reto-etrusco e gli stessi motivi decorativi corrispondono all'orizzonte retico».
Eccoci proiettati, quindi, nelle voci Rezia e Reti, tanto che lo stesso autore sopraccitato - così profondamente legato alle Giudicarie, che gli devono senz'altro un particolare riconoscimento - avverte: «Alcuni assaggi in depositi della tarda Età del Ferro affiorati a Sténico e nei pressi di Zuclo confermano archeologicamente che le popolazioni alpine giudicariesi protostoriche rientrano nell'orizzonte retico».
Nel suo recente studio Carta archeologica delle Giudicarie Interiori (che ci auguriamo quanto prima possibile veder pubblicato), Francesca Nicolodi analizza reperti sin qui trovati e catalogati, evidenziando, periodo per periodo, le tracce della presenza umana da Passo Campo Carlo Magno al lago d'Idro, ben precisando quanto è rimasto di scientificamente accertabile in quel passato che ancora non si è fatto storia.
Per il periodo definito Preistoria l'esperta afferma: «La fase del Mesolitico è il primo periodo storico del quale esistono attestazioni nella zona delle Giudicarie. Nell'area nell'ambito delle Giudicarie Interiori sono disponibili in questo momento notizie relative a tre soli siti, approssimativamente databili all'ultima fase del Mesolitico: Campo Carlo Magno, Roncone, lago di Campo in val di Daone. Occorre però rilevare che le tracce ed i materiali sono purtroppo ancora scarsi e ci danno tuttora poche indicazioni sufficientemente attendibili».
Per la fase successiva la stessa Nicolodi precisa: «Sono diversi i siti delle Giudicarie Interiori databili, o comunque riferibili con certezza, alla Prima o Seconda Età del Ferro (
): lungo la statale per Madonna di Campiglio; all'imbocco della Conca di Tione, in località Sivrè (1); a Preore; nei pressi di Zuclo, in località Tonello; sul passo del Durone; a Breguzzo e a Bondo; a Roncone; a Lardaro; nella zona di Storo(
)». Segue in commento: «Con l'Età del Ferro le Giudicarie sembrano entrare in una fase di transizione che pare lasciare le popolazioni locali prive di una precisa identità culturale, politica e ideologica proveniente da sud, dall'altra gli influssi nord-italici e padani, quelli di impronta celtica, romana ed anche etrusca (
)». E quanto mai illuminante l'ultima affermazione sulla quale si dovrà porre particolare attenzione: «Le Giudicarie Interiori, zona isolata e periferica, sembrano risentire almeno in parte di questo incontro-scontro culturale, ma sembrerebbero comunque mantenere, con conservatorismo tipico delle aree decentrate, anche usi precedenti e più antichi».
Relativamente al periodo pre-storico il Gorfer conclude: «La fitta sequenza dei castellieri (
) e i relitti gallo-celtici legati per lo più ad indicazioni geografiche, suggeriscono l'ipotesi di una profonda celtizzazione della regione». Ma occorre lasciare ancora ampio spazio alle discussioni ed alle indagini in corso per definire con certezza ciò che di celtico e/o di retico vi è stato (ed eventualmente vi è rimasto) agli inizi della vita comunitaria delle popolazioni permanenti giudicariesi.
(1) Urne cinerarie e monili.
LA ROMANIZZAZIONE
Le prime citazioni storiche del nostro territorio giudicariese risalgono alla storiografia romana. Il Gorfer, per esempio, scrive che «la storiografia moderna è incline a porre nelle Giudicarie il territorio degli Stoni: la fiera popolazione alpina prelatina massacrata dal console Quinto Marcio Re secondo l'attestazione dei Fasti Trionfali del 117 a.C. e l'Epitome di Tito Livio (
)»; ma la successione degli eventi che portarono i Romani in terra trentina resta ben definita da Antonio Zieger che così precisa: «Nel 118 a.C. il console Quinto Marcio Re organizzò una spedizione contro gli Stoni alpini (che taluni ritengono erroneamente abitanti, in parte, delle Giudicarie). (
) Nel 16 a.C. Publio Silio venne mandato a sottomettere i Camuni, i Venioi e i Trumpilini [val Trompia, val Sabbia, val del Chiese?] situati nei territori confinanti col Trentino occidentale (
)». Sono i prodromi della guerra retica.
Nel 15 a.C. Druso giunge con le sue legioni nel Trentino, una cui parte viene compresa nella X Regio Venetia ed Histria (Benvenuti). «Le Giudicarie, la valle del Basso Sarca e il Chiese dipendevano dal municipio di Brescia (tribù Fabia)». (Zieger). L'Agostini aggiunge che «nella ripartizione d'Italia, adottata da Roma nel 7 a.C., la terra del Lomaso, compresa nella X Regio Italica, veniva legata alla tribù Fabia (Municipio di Brescia)».
In questa visione sono comprensibili gli asserti sia di Silvia Marchiori Scalfi: «Poco più di duecento anni dopo l'episodio degli Steni [Stoni], i loro discendenti sono perfettamente amalgamati al sistema [romano]», che della Spes: «Nell'epoca pre-storica eravamo anche noi Galli delle tribù Cenomani, come immediatamente dopo diventammo Romani (
)».
I reperti trovati in Giudicarie a testimonianza storica del dominio romano sono davvero notevoli. Oltremodo ricca la raccolta dei reperti elencati dall'Agostini relativamente alla Pieve di Lomaso nell'opera citata, il quale, in altra sede scrive: «Attorno al II secolo a.C. si registra nel Lomasino e nel Chiese un chiaro ingresso di influenze culturali gallo-romane (oggetti destinati al commercio ed una discreta gamme di monete riferibili all'epoca di Giulio Cesare ed Ottaviano Augusto: 54 a.C. - 14 d.C.), che confermano la progressiva penetrazione commerciale prima e politica poi di Roma».
Per quanto riguarda, invece, le Giudicarie Interiori, la professoressa Nicolodi, sempre in relazione al periodo romano, elenca analiticamente i numerosi siti. (
) Seguono le conclusioni riassuntive: «Siti di epoca repubblicana: databili attorno al I secolo a.C. sono il sito di Sténico ed il ritrovamento sporadico di una fibula presso Storo; i siti di Carisolo, Pelugo e Roncone, oltre ad un sito di Storo, sono invece di datazione più incerta. Siti di epoca imperiale: numericamente più consistenti, sono per lo più riferibili a ritrovamenti sporadici di monete e, in tre soli casi, di fibule. Compaiono anche notizie di alcune sepolture ad inumazione a Massimeno e lungo la valle del Chiese. Attestano un periodo in cui sembra completarsi, anche per le Giudicarie Interiori, il processo di progressiva romanizzazione. Siti tardoimperiali: anche in questo caso si tratta generalmente di ritrovamenti sporadici o di semplici notizie. La possibile presenza di fortificazioni nella zona di Bersone, Bondo e forse della Rendena, mostra l'accresciuta importanza dei contatti vari con l'ormai romanizzata Anaunia (attraverso Stenico e Campiglio) ed il municipio di Brescia. Particolarmente importante il sito di Bondo, da cui provengono ceramiche grezze forse di produzione locale». (
)
*
Fra i vari documenti consultati sui Romani in Giudicarie, mi preme citare Silvia Marchiori Scalfi, che scrive: «L'aspetto nuovo e più importante della romanizzazione fu la proprietà privata delle terre coltivate, che affiancherà, da allora, la proprietà collettiva dei beni silvo-pastorali, con forti tendenze erosive rispetto a quest'ultima» e Paolo Scalfi che aggiunge: «Roma riuscì a romanizzare le popolazioni trentine che ne assorbirono la lingua, la religione, i costumi e la legislazione. Le comunicazioni furono favorite con la costruzione di strade quasi sempre a mezza costa e lastricate (
)».
Ben più preciso il testo dello Zieger circa l'influenza romana sull'assetto delle popolazioni trentine, fra cui il concetto di proprietà e le nuove modalità di aggregazione nel pagus. Il noto autore, riferendosi pure alla famosa tavola clesiana, accenna, per esempio, alla «vicinia, che presume una segmentazione del pagus, e che dimostra come questo fosse già suddiviso in parecchi vici, tendenti a limitare al loro ambito (
). E' perciò evidente come il pagus, che rappresenta il punto di arrivo nell'organizzazione lenta e complessa di un'unità sociale, possedeva una data area di territorio comune, suddivisa poi fra i vici con rapporti economici storicamente delineati, e spezzettata in seguito nei vari fundi o nelle mansiones, assegnate di solito ai veterani con appezzamenti dell'ager publicus. Comunque il nucleo territoriale pagense si affermò nella sua vitalità centralizzatrice (
)».
L'Autore conclude il periodo dell'occupazione romana riassumendo: «(
) i Tridentini, come i Reti, furono assorbiti dalla lingua e dalla civiltà romana».
IL CRISTIANESIMO
Nell'impostazione della prima fase storica delle Giudicarie, le note più ricorrenti, dopo quelle relative alla dominazione dei Romani, sono senza dubbio le considerazioni sulla penetrazione del Cristianesimo nelle nostre vallate, di cui si sa piuttosto poco, anche se se ne parla molto. Beppino Agostini - nel suo Appunti per la storia dell'antica Pieve di Lomaso - fa varie ipotesi, legando la cristianizzazione delle Giudicarie alle Chiese di Verona e di Brescia, dalle quali soltanto è presumibile avanzare l'ipotesi dell'invio di missionari a nord, nel cuore delle Alpi. Ciò premesso, scrive: «Ammesso che gli evangelizzatori provenissero da Brescia, si può ritenere che un lavoro di diffusione organizzata non poté avvenire prima dell'inizio del secolo IV, in quanto la cristianizzazione piuttosto tarda dell'alta Italia richiedeva un certo periodo di assestamento e di consolidamento dei centri maggiori». Tuttavia, prosegue: «Non si deve ignorare una penetrazione precedente, anche se più modesta: quella affidata consciamente o no alla voce popolare (mercanti, uomini d'affari, soldati, zelanti credenti); una diffusione frammentaria, occasionale, che non mancherà di predisporre gradualmente la gente del luogo ad ascoltare la successiva predicazione organizzata».
Circa la presenza del vescovo martire San Vigilio - così strettamente legato alle Giudicarie per il presunto martirio a Spiazzo in Val Rendena - lo stesso autore commenta: «L'opera di Vigilio è dunque da escludere nella zona giudicariese? Se la si esclude per la prima evangelizzazione, i dati storici la evidenziano per il consolidamento e la maggior diffusione. Vigilio non operò nel Trentino prima del 400, quando cioè le chiese di Brescia e di Verona erano già operanti da oltre un secolo». Storicamente il martirio del vescovo Vigilio viene datato nel 405.
Quindi, in quei primi secoli d.C., si ha «una diffusione del Cristianesimo frammentaria ed occasionale, che non mancherà di predisporre gradualmente la gente del luogo ad ascoltare la successiva predicazione organizzata», tanto è vero che «le prime disposizioni ecclesiastiche che accennano ad una suddivisione delle diocesi in sottostrutture organizzate risalgono alla fine del secolo V».
«La cristianizzazione - continua l'Agostini - fu fin dal principio fenomeno di massa (
); pertanto il termine plebs [pieve] veniva ad assumere il significato ampio di un programma, di un modo di essere e di agire; plebs era la comunità, ma anche il luogo ove essa si radunava». Indubbiamente questa nuova forma di aggregazione sociale presupponeva un preesistente organo comunitario (il vicus romano), per cui nel formarsi delle nuove istituzioni non potevano mancare elementi sociali ereditati dai Romani e successivamente influenzati dalle popolazioni dette barbare.
Pertanto si può dedurre che questa «tipica istituzione religiosa [la Pieve] altomedioevale che tanto influsso ebbe sullo sviluppo sociale e politico della popolazione» (Agostini), sia stata introdotta nel territorio giudicariese durante la seconda metà del secondo Millennio d.C. attraverso le ben note sette Pievi: tre nelle Giudicarie Esteriori (Banale, Bléggio e Lomaso) e quattro nelle Giudicarie Interiori (Rendena, Tione, Bono e Condino).
Ne consegue che lo studio sulla Pieve e sulla sua funzione religiosa e sociale insieme, diventa per le popolazioni giudicariesi di primaria importanza, poiché la sua tipica organizzazione, e soprattutto lo spirito e gli ideali che l'animavano, hanno influito in maniera determinante sull'assetto sociale delle nostre Comunità, non solo nel primo impatto con le invasioni barbariche, ma anche sino agli ultimi secoli del secondo Millennio d.C. In proposito il Bianchini così sinteticamente riassume la caratterizzante istituzione: «Se, in un primo momento, all'epoca della conquista romana, nelle Giudicarie, come altrove, il nucleo abitativo e residenziale d'origine fu il vicus o villaggio, in seguito si andarono via via sviluppando le cosiddette vicinie, cioè piccole comunità a carattere agricolo-pastorale che raggruppavano i loro abitanti detti vicini, appunto, attorno ad interessi comuni. Agli albori del secondo Millennio queste comunità si presentano già coagulate dal punto di vista amministrativo attorno ad alcuni centri principali, cui fanno corona numerose comunità periferiche chiamate ville. Tali complessi di comunità sono le Pievi: circoscrizioni spesso assai estese nel territorio che avevano il possesso dei beni naturali della zona. A capo di ciascuna di esse stava il pievano, vero e proprio signore nel campo ecclesiastico, investito da vescovo di autorità su di un certo territorio con diritti e privilegi ben precisi. Egli riscuoteva le decime sulle rendite e sui raccolti dell'intera popolazione del suo territorio. A lui spettava anche il diritto i battezzare i neonati (2) all'interno della sua vasta circoscrizione di competenza. Si sa, infatti, che per molti secoli la chiesa madre della Pieve fu anche l'unica alla quale confluivano i fedeli dalle varie ville per quanto lontane, (3) per assistere alle funzioni liturgiche: battesimi, matrimoni ed ogni altro solenne atto di culto. Solo in un secondo momento i notevoli disagi causati dalla lontananza di alcune ville periferiche, la precaria viabilità dei tempi e l'aumento progressivo della popolazione, consentirono alle varie comunità di ottenere un proprio curatore d'anime [le storiche curazie, divenute poi parrocchie]». (
)
Abbiamo visto come le Pievi abbiano avuto la loro nascita e la loro affermazione già nella seconda metà del primo Millennio d.C.; la loro ferrea organizzazione, l'effettiva autorità del Pievano (persona ecclesiastica) e dei chierici da lui dipendenti è stata sopra rilevata - anche se brevissimamente - dalla riassuntiva pagina del Bianchini. Una potestà, quella della Pieve, che si rifletteva drasticamente, in maniera incisiva e determinante, anche nella stessa liturgia (funerali (4) compresi), soprattutto nell'amministrazione dei Sacramenti; tanto è vero che ci vollero secoli per convincere ed obbligare le Pievi a concedere ufficialmente diritti e doveri in campo ecclesiale, alle Ville da esse dipendenti. (
), sempre pagando il mancato guadagno al Pievano.
Le curazie vengono istituite fra il 1400 ed il 1837, e precisamente: 4 fra il 1400 e il 1494, 18 fra il 1601 e il 1672, 22 fra il 1700 e il 1797 e 8 fra il 1800 e il 1837; le parrocchie, invece, risultano erette fra il 1900 ed il 1967, rispettivamente: 3 fra il 1900 e il 1908, 13 fra il 1912 e il 1919, 5 fra il 1920 e il 1927, 3 fra il 1934 e il 1938, 10 fra il 1940 e il 1944, 10 fra il 1950 e il 1959, 5 fra il 1960 e il 1967. (
)
*
Il formarsi delle singole comunità curaziali prima, e parrocchiali dopo, è un fenomeno ristretto agli ultimi cinque secoli; comunque, attraverso soprattutto ai non pochi documenti ancora conservati negli archivi parrocchiali, si può rilevare quale e quanta sia stata, nel succedersi delle secolari generazioni, l'influenza diretta ed indiretta dell'istituzione e dei sacerdoti, cui i fedeli sono stati di epoca in epoca affidati. In moltissimi casi si è trattato di persone esimie, autorevoli, ben preparate e sagge, che costituivano l'asse portante di una comunità. Autorità e autorevolezza si alternavano in loro, e molte conquiste sociali sono senza dubbio riconducibili alla loro preparazione, al loro interessamento ed alla loro responsabile e generosa dedizione; tanto per non andare troppo lontano, pensiamo agli edifici sacri, agli asili infantili, agli ospedali, alle scuole, alle istituzioni cooperative: tutte iniziative che, proprio in zelanti sacerdoti, hanno avuto l'intuizione, la concezione e la conseguente realizzazione (5).
Un'attenta ricerca ed una razionale analisi di questo peculiare aspetto della società giudicariese, potrebbe portare nuovi elementi socio-storici necessari per meglio conoscerci e per meglio interpretare ogni pur minima sfumatura del nostro attuale e futuro stare insieme. Certamente una buona base di partenza per questa visualizzazione del Cristianesimo in funzione sociale in Giudicarie restano le pubblicazioni già edite su numerosi edifici sacri giudicariesi, in cui esimi Autori trovano occasione per dissertare ampiamente sugli indubbi riflessi della nuova religione sulla mentalità delle genti delle nostre vallate; come, per esempio, osserva l'Agostini: «All'evoluzione giuridica contribuì sicuramente l'influsso del Cristianesimo, inseritosi nei centri rurali, con il suo forte senso di appartenenza alla comunità: condizione indispensabile per ottenere la salvezza», cosicché anche di fronte all'istituzione comunale «la Pieve, come entità religiosa, continuerà a mantenere la propria personalità giuridica con i suoi organi di rappresentanza, ma ormai definitivamente distinti da quelli comunali». (
)
(2) Diritto di stola bianca
(3) Come succedeva ad es. per Saone con Pieve a S. Croce di Bleggio e per Montagne con Pieve a Tione
(4) Diritto di stola nera
(5) Vedi ad es. i vari Legati (pane, sale), le Confraternite, i lasciti specie a fini clericali, ecc.
LE INVASIONE BARBARICHE
Lasciato un argomento considerato, in un certo senso, fondamentale per l'evolversi delle popolazioni giudicariesi, seguendo il naturale succedersi dei secoli ci si accosta ad un altro periodo, purtroppo ancora lontanissimo dalla conoscenza popolare, ma indubbiamente d'importanza sostanziale per capire il consolidarsi delle singole comunità nelle vallate della Sarca e del Chiese (nonché dello stesso Trentino). Si tratta di quei cinque secoli in cui le popolazioni precedenti - Reti, Cenomani, Romani - vengono coinvolte da quei movimenti di popoli europei che la storiografia ufficiale ha fino ad oggi definito invasioni barbariche.
Gianni Poletti scrive che «il periodo che seguì la cristianizzazione della zona alpina è fra i più tristi e certo il più confuso della nostra storia», ma subito dopo deve ammettere che «con la discesa dei Longobardi in Italia, nel 568, inizia un periodo di oltre duecento anni che è importantissimo per la storia delle Giudicarie».
Questo - secondo il Benvenuti - il succedersi dell'affacciarsi delle varie popolazioni non romane, in quei secoli, nel Trentino: 500-539 i Goti (Ostrogoti); 539 i Bizantini, i Franchi ed i Baiuvari; 569-774 il Trentino ducato longobardo; 577 sacco di Trento ad opera di Cranmichi, duca dei Franchi; 774 il Trentino marca carolingia; 2 febbraio 962 fondazione del Sacro Romano Impero di Germania. (
)
In merito agli ultimi secoli del primo Millennio d.C., Paolo Scalfi scrive: «I Longobardi lasciarono profondi segni del loro potere, specie nei toponimi ed in molti vocaboli di derivazione longobarda; inoltre tollerarono che gli abitanti della Penisola - e quindi anche del Trentino - conservassero le leggi romane e mantenessero i loro costumi». Pertanto un Millennio dalle grandiose trasformazioni, che si conclude con il feudalesimo, così che anche il Trentino si trasforma da ducato longobardo in marca carolingia.
La presenza dei Carolingi in Giudicarie (ipotizzato persino il leggendario passaggio dello stesso imperatore Carlo Magno) è documentata dai dipinti bascheniani, in quella famosa Leggenda affrescata sull'interna parete di fondo della chiesetta aprica di Santo Stefano di Carisolo. In essa si leggono i Previlegij relativi alle indulgenze concesse dall'autorità ecclesiastica tra gli anni 773-774 d.C., trascritti sulla citata parete, secondo il testo trovato in una pergamena del 1429 da un discepolo della bottega bascheniana dopo l'ampliamento della chiesetta nel 1550. (
) Altrettanto interessante l'affermazione di Nepomuceno Bolognini che all'argomento dedicò più d'una delle sue documentatissime pagine di cultura giudicariese; egli scrive nel 1881: «Oserei dire di essermi viepiù confermato nell'opinione che l'escursione di Carlomagno narrata dalla Leggenda [di Carisolo] sia proprio avvenuta e precisamente al tempo della prima calata dell'eroe in Italia negli anni 773-774».
Questo particolare periodo storico è stato ritenuto talmente interessante che, proprio agli inizi del terzo Millennio, sono stati ripresi indagini e studi (estesi pure ad altre aree dell'arco alpino, specie della Val Camonica) da parte di un apposito Comitato, con sede a Carisolo.
Va, tuttavia, sottolineato che una più attenta indagine/analisi sull'influenza che hanno avuto i cinque secoli della seconda metà del primo Millennio d.C. sulla struttura sociale delle genti giudicariesi, potrebbe davvero portare alla luce elementi di un'importanza eccezionale per meglio comprendere situazioni ancora oggi non chiare del nostro passato, ma che hanno la loro ricaduta sia sul nostro presente che sul nostro futuro.
IL PRINCIPATO VESCOVILE DI TRENTO
Il fatto di maggior rilevanza storica e sociale in assoluto per le Giudicarie è da considerarsi, nel 1027, l'istituzione, nell'ambito del Sacro Romano Impero di Germania, del Principato vescovile di Trento in seguito ad una donazione di Corrado il Salico. Comincia, per il Trentino, quella lunga serie di secoli di autonomia (6) che terminerà, dopo circa ottocento anni, nel 1803: un periodo non sempre di pace e di concordia, sia interna che esterna, ma la cui durata ha inciso in maniera più che determinante sulla mentalità e sulla formazione civica di numerose generazioni di Trentini, poiché si è trattato di un dominio e di un'organizzazione politico-amministrativa che hanno potuto esistere ed operare quasi del tutto indisturbati dalle pur determinanti vicende europee.
I fondamenti di tanto potere sono così riassunti da Armando Costa: «Il Principato. Il favore dimostrato dalla politica degli imperatori per i vescovi, al fine di eliminare i pericoli dell'ereditarietà dei grandi feudi laici, e la necessità per gli imperatori e re di Germania di sapere in mani fidate le difficili vie alpine verso l'Italia, concorsero al principio del secolo XI (1004 e 1027) alla formazione del Principato vescovile di Trento (già sede di ducato longobardo e poi di marca carolingia, ma staccato insieme con Verona, il 7 agosto 952, dal Regno d'Italia e unito a quello di Germania). - Il Principe Vescovo. Con la costituzione del Comitato Tridentino il vescovo di Trento ebbe, allora, tutte le prerogative che avevano goduto ed esercitato a titolo di feudo duchi, conti e marchesi, con il diritto di alta e bassa giurisdizione, di convocare diete locali, di riscuotere tributi e di imporre sanzioni pecuniarie, con la piena immunità ed esenzione da parte di altri feudatari. Certi poteri dei vescovi furono definiti con diplomi imperiali successivi. Il vescovo riceveva l'investitura delle regalie dall'imperatore, prestava a lui giuramento di fedeltà, e, come principe del Sacro Romano Impero, aveva il diritto di partecipare alle diete imperiali. Il vescovo concedeva investiture ai vassalli verso prestazione del giuramento di fedeltà o di determinati oneri (furono date in feudo anche certe giurisdizioni del territorio), nominava i funzionari centrali e periferici, confermava gli statuti delle città e delle comunità minori, e in genere esercitava tutti i poteri o direttamente o mediamente».
Su queste premesse, pur senza indagare analiticamente su quanto avvenuto e vissuto in quegli otto secoli, è intuibile come sia impossibile parlare adeguatamente, oggi, sia di Trentino che, soprattutto, di Trentini, senza conoscere a fondo quanto è stato fatto e costruito in quel così lungo periodo. Restano determinanti ed insostituibili tutti i possibili riferimenti a quella sequenza storica che rende il Trentino (con l'Alto Adige, già principato vescovile di Bressanone) sostanzialmente diverso da qualsiasi altra regione italiana od europea.
Significativo il commento del Poletti nelle righe che dedica all'istituzione del Principato: «Per la gente non cambiò proprio nulla. La stragrande maggioranza della popolazione neppure si accorse della nuova istituzione. Per oltre 800 anni essa avrà, tuttavia, nel vescovo un riferimento dal duplice volto: vedrà in lui il pastore spirituale ed al tempo stesso il signore temporale. Potere politico e religioso rimasero confusi nella stessa persona. Sacro e profano, spirituale e terreno, s'intrecciarono fino al punto che sulla figura religiosa prevalse spesso la seconda, quella di natura politico-terrena. Da allora, parlando del vescovo, i nostri antenati pensarono prima di tutto a chi dettava e confermava le leggi del vivere civile (statuti), pronunciava sentenze, imponeva e riscuoteva tasse e tributi».
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La progressiva organizzazione del Principato si sviluppa su tutto il territorio, attraverso una rete di centri dislocati di potere, fra i quali, per tutte le Giudicarie, si impone il castello di Sténico, che diverrà l'obbligato punto di riferimento sia in campo penale, che civile ed amministrativo. Una lunga storia rimasta documentata in un'infinità di documenti, purtroppo ancor oggi assai lontani dalla conoscenza della maggior parte dei cittadini: eppure ci sarebbero tante cose da conoscere e, soprattutto, da imparare, tanto che la già citata Silvia Marchiori Scalfi scriveva: «Da allora [1027] e per otto secoli le Giudicarie faranno parte del Principato vescovile: in quella lunghissima convivenza, a volte pacifica, a volte turbolenta, si devono cercare le radici della nostra identità. E' il lunghissimo periodo dell'autonomia, nel quale il rapporto sovranità-sudditanza è attivo e nasce dai contrastanti interessi delle due parti, per fissarsi in schemi stabili ed equilibrati. In altre parole: in quel periodo il Giudicariese fa la sua storia e non la subisce. Deriva da ciò la debole presenza feudale nella zona, caratterizzata altrove da cariche pubbliche ereditarie e per investitura, qui ignote. I Giudicariesi si liberano presto dalla mediazione dei nobili. I loro rapporti con essi furono solo privati. Unica eccezione la casa Lodron che riuscì a mantenere la sua giurisdizione sulla parte meridionale della Pieve di Condino».
Al di là di date e nomi che storicamente hanno caratterizzato quel periodo, preferisco i commenti - che condivido - della stessa Silvia Marchiori Scalfi: «Nella lotta tra Comunità e signori locali sono questi ultimi a soccombere ed abbiamo così, in piena epoca feudale, il fenomeno opposto di uno Stato, chiamiamolo protomoderno, caratterizzato da una larga autonomia interna, nel quale la classe politica è costituita da funzionari a tempo determinato e non ereditari. Le libertà locali si concretizzano nel tempo, sia attraverso i patti fra i vescovi e le comunità - chiamati Privilegi -, sia per mezzo degli Statuti comunali, fondati liberamente dai capifamiglia riuniti in pubblica Regola e confermati dal principe vescovo».
Relativamente ai primi secoli del Principato, anche il gruppo Spes osserva che «nel XIII secolo noi Giudicariesi eravamo il risultato di tutti e tre i popoli messi insieme [Galli, Romani, Longobardi] e di quelli che li avevano preceduti nella Preistoria (
). Pensiamo che la maggior parte delle Comunità rurali giudicariesi, che riemergono prepotentemente nei documenti del XIII secolo, continuino quelle indigene prelongobarde: sono le comunità dei rustici contrapposte ai milites di discendenza germanica e, in ultima analisi, le une e gli altri sono gli estremi del dilemma sociale libertà e autonomia, mai risolto o mal risolto».
E' questo il periodo degli Statuti, nei quali ancor oggi si possono (e si devono) trovare fondamentali motivazioni di vita sociale e di convivenza civile. Strumenti giuridici che sancivano come «l'amministrazione dei beni comunali si basasse sulla consuetudine e sull'autogoverno. Strumento essenziale e insostituibile dell'autogoverno era l'assemblea generale dei vicini detentrice di ogni facoltà decisionale». (7)
Una situazione che durò secoli e secoli, senza grandi scossoni politici d'ordine interno ed esterno, durante i quali i nostri avi - pur tra enormi difficoltà e non pochi contrasti e lotte (comprensibili in qualsiasi contesto umano) - elaborarono e costruirono quella mentalità, quell'essere figli di questa terra che ancor oggi troviamo in noi stessi e nelle nostre singole - ed a volte pur apparentemente diverse - comunità locali. Essere capaci di sondare con attenzione seria, oggettiva e critica (nel positivo e nel negativo) quanto vissuto e costruito - in amministrazione ed in usi e costumi - attraverso l'osservanza, seria, consapevole, severa e responsabile degli Ordinamenti, Statuti, Ordini, Regole e Poste, vorrebbe dire riuscire a risolvere, in modo sufficientemente adeguato e rispondente, non pochi dei molti problemi che ancora gravano sulla società trentina nell'appena iniziato terzo Millennio. Fortunatamente molte Comunità sono riuscite a vedere stampati in forma moderna i propri Statuti: peccato che non siano diffusi quanto meriterebbero, e che, purtroppo, rimangano o non letti o non adeguatamente studiati e resi attuali attraverso possibili ed opportuni incontri periodici pubblici in ogni singola comunità.
(6) Autonomia spesso più formale che vera
(7) La confirmatio del Principe Vescovo non faceva però che sancire suoi diritti nella vita comunitaria della Vicinia
VICENDE DEL PERIODO IN GIUDICARIE
Il feudalesimo lascia i suoi segni in Giudicarie attraverso la presenza di vari feudatari che avevano allungato le proprie mani in queste terre. Feudatari propriamente locali possono considerarsi i da Campo con il loro insediamento nelle Giudicarie Esteriori, dove rimane il castello che porta il loro nome: Castelcampo. Ma la tipica famiglia nobiliare giudicariese resta quella dei Lodron. Scrive, in merito, il Poletti: «Gli storici Giuseppe Papaleoni e Karl Ausserer collocarono le origini dei Lodron in valle del Chiese, nella piana e sui monti che stanno subito a nord del lago d'Idro, e studiarono le relazioni che essi ebbero nel secolo XII coi signori di Storo, riscontrandone la comune appartenenza alla nobiltà del Principato vescovile di Trento. Per un paio di secoli, a partire dal 1124, i signori di Storo si ritrovano in atti importanti, al seguito dei vescovi di Trento, in luoghi anche lontani dal loro paese e mescolati coi più potenti vassalli del Principato. Tra loro compaiono alcuni nomi che ricorrono anche nella genealogia lodroniana dei decenni successivi (
) I primi documenti in cui compare il nome Lodron o Lodrone risalgono agli anni 1000 e 1086 (
) e invece è certo che un secolo dopo, il 27 agosto 1185, gli antenati dei Lodron erano già insediati in Valle del Chiese ed erano feudatari dei Conti di Appiano (
)».(8) La famiglia si divise poi nei due rami giudicariesi di Castel Lodrone e di Castel Romano (a Por, nella Pieve di Bono) ed ebbero possedimenti pure a Caderzone, in Val Rendena; tuttavia, verso la fine del Quattrocento, i Lodron spostano i loro interessi verso la Vallagarina e lì conosceranno veri momenti di grande autorevolezza, culminati con la grande figura di Paride Lodron, eletto arcivescovo di Salisburgo nel 1519, a soli 33 anni. Della loro secondare presenza in Giudicarie rimangono oggi soltanto tracce murarie nella piana di Lodrone-Darzo, a Bondone, a Por ed a Caderzone.
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Alcune vicende propriamente considerate giudicariesi, ed accadute in questo lungo periodo di dominio del Principato vescovile, possono considerarsi quelle di seguito riportate; ovviamente, qualsiasi altro autore avrebbe potuto sceglierne altre e, magari, assai di più e maggiormente interessanti o più appropriate.
Ritengo opportuno iniziare con un'attenta precisazione della Spes: «Il secolo XIII è fondamentale per la storia delle comunità giudicariesi e non. Da associazioni di fatto, più o meno libere, più o meno soggette alla sovranità feudale, le comunità si consolidano in universitates con una precisa personalità giuridica, e nei loro ordinamenti esterni ed interni resteranno quasi immutate fino all'epoca napoleonica» (in Statuti di Tione). E' da questo periodo che iniziano i privilegi vescovili, ossia concessioni che il principe vescovo di Trento «impegnato a difendersi dalle signorie confinanti nel lungo periodo d'anarchia succeduto alla crisi dell'autorità imperiale» dà alle varie comunità periferiche «nello sforzo di averle fedeli o per lo meno neutrali». Entrare nel merito di tutte le concessioni date ai giudicariesi, comporterebbe un vero e proprio trattato a sé; qui si segnala soltanto il succedersi storico dei privilegi concessi ai Giudicariesi: 21 giugno 1255, a Trento, privilegio di Egnone; 24 febbraio 1407, a Trento, privilegio di Giorgio I; vigilia di Pentecoste 1451, a Innsbruck, privilegi di Giorgio II alle quattro Pievi delle Giudicarie Interiori; 29 ottobre 1525, a Trento, privilegi di Bernardo Clesio. Indicativo il commento, sempre della Spes (grazie alla quale possiamo riportare i dati suesposti): «I Giudicariesi difesero sempre coi denti le libertà concesse dai privilegi, delle quali le più importanti erano: l'esenzione dal servizio militare fuori del loro territorio, dalle tasse militari, dai dazi ai confini; la riduzione ad un numero fisso dei fuochi d'estimo reali su cui si basava il pagamento delle collette al vescovo (tassa di sudditanza); il diritto di scegliere e di cambiare ogni tre anni un vicario vescovile di loro fiducia» (idem).
Nel secolo XIV si ha la tragica vicenda di fra' Dolcino: una figura emblematica sotto vari aspetti, e riportata alla luce sia dagli studi di Franco Bianchini e Marco Zulberti pubblicati da Il Chiese di Storo, sia da varie iniziative locali dovute al gruppo culturale cimighese Le Quatar Sorele. Così Marco Zulberti, riassume la figura di fra' Dolcino - «seguace del Segalelli (fondatore della setta degli Apostolici)» - che era venuto a trovarsi «presso il paese di Cimego nella Valle del Chiese, nella Judicaria, dove aveva radunato attorno a sé un certo numero di seguaci». L'autore prosegue: «Gli inizi della sua predicazione sembrano doversi collocare nel monastero femminile di Sant'Adalpreto presso Arco (
) dove sembra abbia conosciuto Margherita, nativa della Val di Ledro, che sarebbe poi divenuta la sua compagna per il resto della sua vita (
). Boninsegna di Odorico da Arco ricorda come l'eretico appariva un uomo buono, diceva delle belle parole, commentava la Bibbia e gli Evangeli (
). Certamente fra' Dolcino introdusse in queste terre l'eresia della setta degli Apostolici (
). Le testimonianze segnalano la sua presenza in alcuni paesi, fra i quali: Arco, Riva, Cimego, la pieve di Condino (
)». Le vicende dolciniane in Giudicarie portano alla ribalta Alberto da Cimego, così ricordato dal Bianchini: «Il maestro fabbro Alberto è il personaggio di maggior spicco dell'eresia apostolica, non solo nella nostra valle, ma ancora in terra trentina. Dolcino stesso sembra riconoscerne la figura morale citandolo espressamente fra i seguaci più fedeli (
). Nulla di preciso sappiamo, invece, sulla fine di Alberto: se sia o meno riuscito a sfuggire agli strali dell'Inquisizione trentina seguendo così Dolcino in Piemonte, o se lo abbia raggiunto solo in seguito dopo l'appello della sua terza lettera che chiamava a raccolta i seguaci sul monte Balma, trovando così la morte, all'indomani della terribile strage del monte Zebello, su qualche rogo del Piemonte». Circa la fine dell'eretico, sempre il Bianchini precisa: «Fra' Dolcino (Prato di Valsesia 1260 - Vercelli 1307) poi, a seconda delle diverse fonti, morì il primo giorno del giugno o del luglio dell'anno 1307 sul rogo a Vercelli, e ne vennero disperse le ceneri al vento e nelle acque del Cervo».
Il 1335, come risulta da un documento del 26 aprile, il vescovo Enrico III concede il perdono alla Pieve di Bono, che nell'anno precedente aveva preso parte, con le altre Pievi giudicariesi - ad eccezione di quella del Lomaso - ad una sollevazione contro il Principato. Nel documento si dice che i Giudicariesi avevano commesso enormi malefici e molti atti proditori e cospirazioni e ingiurie volutamente e dolosamente contro Dio, la Giustizia e il vescovo e la sua Chiesa; ed inoltre che avevano distrutto le strade e i ponti, assediato i castelli vescovili e si erano rifiutati di pagare le collette. Un periodo segnato da un esagerato fiscalismo, anche secondo Padre Gnesotti, il quale commenta: «Ma non sia meraviglia, perché tempi allora di grande dispendio alla Chiesa».
Il 15 dicembre 1579 viene fatta la famosa Guerra delle noci: sulla piana di Dasindo piantata a noci vengono alle armi Giudicariesi contro i Tirolesi, a seguito del rifiuto dei primi al giuramento di fedeltà all'arciduca Ferdinando d'Austria, conte del Tirolo, il quale pretendeva particolari diritti sul Principato di Trento attraverso specifici accordi, definiti compattate - le prime erano state del 1365, mentre quelli qui in argomento sono del 1511, dette anche Landlibell ossia Libello dell'11 (Nabacino), - le quali contenevano molte contraddizioni ai privilegi dati ai Giudicariesi, che in definitiva venivano obbligati a servire a due padroni; di conseguenza la loro ribellione a questa situazione ritenuta ambigua. Ma, purtroppo, i Giudicariesi dovettero alla fine piegarsi e il 3 gennaio 1580, a Tione, deposte le armi, i capifamiglia prestarono giuramento al conte del Tirolo.
Si conclude nel 1772 il fatto storico maggiormente emblematico della storia delle Giudicarie: cioè quella demolizione del Dazio di Tempesta - avvenuta sulla sponda sinistra del Lago di Garda nel 1767 - che portò a morte, per decapitazione, sulla piaza de la Crós a Tione, i tre principali responsabili della spedizione armata, e cioè Andrea Vedovelli Gianìn da Breguzzo, Antonio Zoanetti Simonela da Zuclo e Martìn Voglio detto Mineral oriundo piemontese ma residente a Bondo. Fatti piuttosto gravi che si ripercossero negativamente su tutte le Giudicarie, soprattutto sulle quattro Pievi delle Interiori. Infatti, don Lorenzo Felicetti, nel suo Tre decapitati in Tione, annota che, per essere ascoltati e discolparsi non avrebbero dovuto recare «molestia di sorta ai soldati [del governo austriaco] che verrebbero spediti in Giudicarie a mantenere l'ordine pubblico. Ed i soldati vennero di fatto. Erano in numero di 560 e li comandava il maggiore Puebla. La truppa arrivava in Giudicarie il 18 settembre 1768 e si acquartierava provvisoriamente in Stenico e nelle vicinanze. L'avviso della venuta dei soldati provocò nelle Giudicarie Interiori qualche tumulto (
). Intanto i soldati cominciarono ad avanzarsi verso Tione, occupando Ragoli, Preore e Saone (
). Il giorno 5 novembre i soldati si avanzarono verso Tione, prendendo quartiere a Tione, Bolbeno, Pieve di Bono, Condino, Vigo Rendena, Borzago, Giustino. Negli archivi delle Canoniche e dei Comuni si trovano memorie (9) della permanenza di quelle truppe nelle diverse località sunnominate (
)».
Quanti altri argomenti si potrebbero trattare: i commerci con i Gonzaga, la nobiltà rurale, le vicende dei castelli e dei vari casati, la figura di Marco da Caderzone, la fluitazione del legname, le prime correnti migratorie, le Regole e gli Statuti, i rapporti dei Giudicariesi con Castel Sténico
: una serie mai finita di situazioni, di avvenimenti, di personaggi che riempirebbe le pagine di volumi e volumi.
(8) Conti di Appiano che avevano altri feudi, come la Comunità di Preore ove esisteva anche un Tribunale degli Appiano; sono note le vicende del Principe Vescovo Salomone, degli Eppen e del Principe Vescovo Corrado (1189)
(9) Registri dei nati da donne a seguito dei soldati
INVASIONI E PASSAGGI DI ESERCITI
Forse troppo frettolosa e generica l'affermazione relativa alla mancanza di scossoni durante gli otto secoli di dominio vescovile in Giudicarie. Infatti si ha memoria storica, in terra giudicariese, di truppe straniere, il cui passaggio nei nostri paesi ha lasciato dolorose conseguenze nella vita già grama delle nostre popolazioni.
In un Estratto di Gemme Trentine (Numero Unico, 1950) a firma di G.T. trovo scritto: «Intorno al 1300 [in Giudicarie] successero incessanti lotte fra i Conti d'Arco ed i Conti di Lodrone (
); da quest'epoca in poi vari documenti confermano l'avvicendarsi di guerre tra i vari Castellani, con sovente presenza degli Scaligeri di Verona, dei Duchi d'Austria, dei Visconti di Milano e della Repubblica Veneta. I dati storici annotano: 1398, guerra seguita da pace fra i Conti d'Arco ed il Vescovo Giorgio I; 1407, Federico duca d'Austria occupò Trento ed elesse quale suo Vicario nelle Giudicarie il conte Paride di Lodrone; 1423, essendo vescovo di Trento Alessandro di Mazovia, si riaccende la guerra fra il Vescovo sostenuto dai Conti d'Arco contro i Lodroni». Queste annotazioni possono costituire quasi un cappello alle vere e proprie invasioni da fuori, che coinvolsero tutto o in parte il nostro territorio.
Era l'anno 1438: si era riaccesa animosamente la lotta fra la Repubblica di Venezia ed i Visconti di Milano, nella quale, per i Veneziani, avrà una parte determinante Erasmo da Narni (1370-1443), detto il Gattamelata, fra le cui gesta resta immortalato - con una lapide sul Municipio di Tione - il suo passaggio in Giudicarie, nel tragitto da Brescia a Torbole. Nella fonte sopraccitata l'impresa viene così descritta: «Riusciti vani tutti gli sforzi per aprirsi un varco verso il Veneto, il Gattamelata - da Brescia - ideò un piano audace: salire la Val Trompia e il Trentino e scendere a Verona dalla Val d'Adige (
). La via libera delle Giudicarie era garantita. E Paride di Lodrone si offerse per condurre e proteggere l'esercito del Gattamelata - [forte di 2000 fanti e 3300 cavalli dètta la citata lapide a Tione] - nell'ardito passaggio delle impervie vie alpine e il 24 settembre di quell'anno il veneto uscì nottetempo dirigendosi verso il nord di sorpresa, con circa 2500 fanti e 3000 cavalieri e relativi cavalli, lasciando a Brescia 1000 fanti e 600 cavalieri. La marcia per la Val Sabbia durò tutto il giorno, estenuante, anche per il disturbo dei montanari ostili, giungendo al tramonto a Lodrone, ove incontrò l'alleato Paride fedele nell'assistenza concordata. Il giorno dopo Gattamelata proseguì per Condino, Strada, Bondo e scese a Tione, senza accamparsi per timore del Vescovo di Trento (
). Proseguì per Zuclo, ma verso il Durone trovò chiuso il passo dal capitano vescovile Pietro Capoccia, polacco, con uomini della Rendena, del Banale e del Bleggio. Delusione dei Veneti. Il Gattamelata decide di dar lotta, lassù; dà ordine a 300 uomini armati di sola spada di tenere in ispaccio il Capoccia, mentre riesce, malgrado le tenebre e la pioggia, a varcare il passo con tutti i suoi mezzi, tosto raggiunto dai superstiti (
). Superando Rango, Fiavé e Ballino, all'alba del terzo giorno giungono sopra Tenno, donde (
) si trovano ad Arco, salgono a Torbole, secondo a Loppio per la Val d'Adige
». Quindi la Val del Chiese, la Busa di Tione, il Bleggio ed il Lomaso ebbero a risentire notevoli disagi, che si ripercossero nelle successive vicende - soprattutto nella Val del Chiese - che coinvolsero direttamente i Lodron di Castel Romano.
Passano due secoli ed ecco affacciarsi, in Europa, la prima guerra di successione spagnola (1701-1713), rimasta famosa nel Trentino per l'invasione delle truppe francesi al comando del maresciallo Louis Joseph de Bourbon, duca di Vendôme (1654-1712). Le vicende che riguardano le Giudicarie, in quel periodo, sono così ricordate da Tranquillo Giustina - in Storie del contado - sulla traccia delle Memorie dello Gnesotti: «Ora - venendo al Trentino - le operazioni militari erano cominciate nel febbraio 1701 (
). Fu in quel torno di tempo che Riva, Arco, la valle di Ledro e le Giudicarie subirono, a più riprese, le maggiori devastazioni: devastazioni dovute all'alleanza che nel conflitto aveva legato il Principato di Trento all'Austria. Un'alleanza ufficializzata, sin dal 18 gennaio 1701, allorché il Principe vescovo Giovanni Michele Spaur, per bocca del luogotenente di Sténico, aveva notificato alle comunità giudicariesi l'ordine d'una contribucion sussidiaria per il mantenimento dell'esercito cesareo che doveva per Trento passare. A questo proposito preferiamo citare - continua il Giustina - lo Gnesotti: Grande fu il timore che abbatté molti in ogni parte delle Giudicarie, mentre spogliarono le loro case di masserizie e le nascosero chi in un luogo, chi in un altro, chi sepolte ne' monti, nelle selve, ne' campi e negli orti, in guisa tale che per timore del sacco de' Francesi esposero le loro robe al pericolo de' ladri, ed al pericolo che marcissero sotto terra, o che sotto terra fossero rimaste incognite a' figliuoli de' proprietari nella morte loro, come di fatto hanno molti veduto verificato il danno a cui il timore li espose (
). Nella campagna dell'anno 1701 - continua lo Gnesotti - e successivamente in altre seguite, dovettero i Giudicariesi, come molti altri nel Trentino, somministrare i necessari foraggi all'Armata Cesarea, anzi e carri, e muli, e cavalli, e vettovaglia talvolta senza danaro, o mercede alcuna, così costringendo le angustie della guerra». (
) Furono annate terribili per le nostre Giudicarie, tanto che lo Gnesotti commenta: «Nel marzo del 1707 terminò questa formidabil guerra che portò, oltre la morte di tante genti, la rovina di tante province, la desolazione di tante città e terre, guastò il costume colla licenza militare
». (
)
Dopo una nuova parentesi di ansie e di timori, nonché di molte privazioni, fra il 1733 e il 1748, contrassegnata dalle guerre di successione polacca, spagnola e austriaca (
), si giunge al periodo maggiormente cruciale per il Trentino: quello delle radicali trasformazioni storiche, ossia Rivoluzione francese, Napoleone, caduta del Principato Vescovile di Trento, pace di Vienna del 1815. Il Trentino conosce l'invasione delle truppe francesi ed austriache, le temporanee aggregazioni al Regno di Baviera ed al Regno Italico, la definitiva annessione all'Austria. In questo periodo - 1796-1815 - anche le Giudicarie vedono l'alternarsi di soldati austriaci e francesi (
)
Seguono - anche per i Giudicariesi - anni di serie difficoltà e di fondamentale e determinante trasformazione, sempre in mano e sotto l'egida degli esterni: anni (dal 1796 al 1815) che da soli meriterebbero interi volumi, sia per la raccolta del materiale documentaristico, sia per la necessaria illustrazione analitica e metodologica di quei radicali cambiamenti,(10) che ancor oggi sono insiti e si riflettono all'interno delle nostre comunità e soprattutto delle nostre istituzioni pubbliche.
(10) Sorgono i Comuni, sparisce la diversità fra vicini e non vicini o foresti
IL PERIODO ASBURGICO
L'arrivo di Napoleone sulla scena europea ha sconvolto - come appena detto - pure le Giudicarie. Le truppe napoleoniche, giunte a Trento nel 1796 e negli anni successivi, travolsero il Principato Vescovile, che cessò definitivamente nel 1803. I Francesi cedono il Principato all'Austria, la quale, a sua volta, lo passa al Regno di Baviera, ma le successive alterne vicende militari e politiche, portano definitivamente il Trentino (e noi Giudicariesi) sotto il dominio della casa d'Austria dal 1814 fino al 1918.
Questo il riassuntivo succedersi degli avvenimenti che hanno interessato il Trentino (e di conseguenza le Giudicarie) nei primi decenni del secolo XIX. Schematicamente: 5 agosto 1796, occupazione francese; 12 novembre 1796 - 29 gennaio 1797, occupazione austriaca; 30 gennaio - 10 aprile 1797, occupazione francese; 10 aprile 1797 - 6 gennaio 1801, occupazione austriaca; 7 gennaio - 17 aprile 1801, occupazione francese; 18 aprile 1801 - 5 novembre 1802, Regime Capitolare; 6 novembre 1802 - 25 dicembre 1805, occupazione austriaca; 4 febbraio 1803, secolarizzazione del Principato Vescovile ed annessione dello stesso all'Austria, unito alla provincia del Tirolo; 26 dicembre 1805, annessione del Principato Vescovile di Trento al Regno di Baviera (Pace di Presburgo); 28 febbraio 1810, la Baviera cede il Trentino (Tirolo meridionale) a Napoleone che lo unisce al Regno Italico (Trattato di Parigi); 1814, l'Austria ottiene l'annessione del Tirolo ed anche l'ex Principato di Trento viene a far parte della Contea principesca del Tirolo; 1818, il Trentino viene incluso nella Confederazione Germanica.
Questa l'essenza del trapasso dal Principato alla nuova situazione politico-amministrativa: «Declinato l'astro napoleonico, l'Austria, ancora prima del Congresso di Vienna, con sovrana risoluzione del 7 aprile 1815, disponeva la riaggregazione all'impero del territorio trentino, riannettendolo, quale parte integrante, alla Contea principesca del Tirolo ed assegnandolo alla Dieta provinciale di Innsbruck con Sovrana Patente del 24 marzo 1816. Il Trentino seguì, da allora, le sorti delle altre terre dell'impero austriaco, divenuto nel 1865 austroungarico; di conseguenza, quando l'Austria, sotto la spinta dei nuovi tempi, giunse ad emanare la sua Carta Costituzionale del 4 marzo 1849, il Trentino venne ripartito in diverse autorità distrettuali separate ed autonome,(11) con compiti amministrativi e di governo e sarà costretta a riconoscere l'esistenza di un Tirolo meridionale o italiano, anche se pur sempre dipendente da Innsbruck». Fu l'inizio del «nuovo capitolo di lotte per l'autonomia specifica e particolare per il Trentino italiano». (Andreatta-Pace).
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Dai primi decenni del secolo XIX iniziano quei fondamentali mutamenti in campo amministrativo, che porteranno anche le Giudicarie nel vortice dell'epoca moderna. Con l'introduzione del codice napoleonico vengono istituiti i Comuni e ristrutturate la giustizia, la finanza, l'anagrafe, la sanità; di conseguenza furono aboliti gli strumenti autonomi di governo, come gli Statuti e la pubblica Regola; quest'ultima fu addirittura dichiarata illecita combriccola di popolo e sostituita dalla rappresentanza comunale sottoposta al placet di Vienna. A questo proposito il Benvenuti annota: «Carattere eminente della politica svolta dall'Austria nel Trentino in questo periodo [dopo il 1803] fu la volontà di subordinare rigidamente all'autorità centrale le libere istituzioni comunali, che nelle loro Regole conservavano gelosamente una secolare tradizione di libertà e di democrazia popolare. Riguardo alla Chiesa trentina, l'Austria mirò ad asservirla nella sua politica gioseffina (
)».
Quindi l'uso del bosco viene disciplinato d'ora in poi dalla Forestale e non più attraverso gli Statuti; per l'amministrazione della giustizia - nell'ambito del Capitanato Distrettuale di Tione - vengono eretti i tre Distretti giudiziari di Sténico per le Giudicarie Esteriori, di Tione per la Busa e la Rendena, di Condino per il Chiese e la Valvestino. (
)
Se gli otto secoli del dominio del Principato erano serviti a dare ai Giudicariesi la loro fisionomia e la loro identità di carattere e di popolo, il secolo della denominazione asburgica ha dato modo ai Giudicariesi di adeguare la propria mentalità ed il proprio assetto territoriale alle esigenze ed alla strutturazione del mondo moderno: uscito dal puro allevamento di bestiame e dallo strenuo attaccamento al proprio territorio estremamente localizzato, il Giudicariese è stato costretto e si è reso capace di immettersi a pieno titolo in quel progresso di apertura mondiale, che stava imponendosi a gran parte dell'Europa. In sede locale ai lavori dei campi, del bosco e della stalla si affianca lo sviluppo dell'artigianato e del commercio, e si ha pure qualche timido tentativo nel settore industriale. In campo socio-amministrativo da segnalare l'istituzione della scuola, del Catasto e del Libro fondiario (fine 1800 - inizio 1900), mentre in ambito socio-comunitario si assiste alla proliferazione delle bande, dei cori, delle società di mutuo soccorso, della cooperazione.(12) Da aggiungere l'avvento della corrente elettrica, delle carrozze a motore
con tutte le novità-progresso proprie degli anni che vanno dalla fine del secolo XIX agli inizio del secolo XX. In negativo nasce l'epoca dell'emigrazione di massa (fortunatamente specializzata): capitolo tanto doloroso, quanto stupendo nelle sue sfaccettature che hanno esaltato il carattere e le potenzialità dell'uomo di montagna.
In campo politico i Corpi Franchi nel 1848 ed i Garibaldini nel 1866 accentuano in terra giudicariese gli ideali del Risorgimento italiano; ma i giovani giudicariesi, nella quasi totalità, prestarono regolare servizio militare nell'esercito austroungarico (le lapidi dei Caduti nella guerra 1914-18 lo testimoniano). Nel settore amministrativo il dominio asburgico lascerà per sempre la nostalgia d'una efficienza severa ma quasi perfetta. Copioso ed istruttivo il cospicuo materiale d'archivio che ancor oggi rimane sconosciuto presso i singoli Municipi: una miniera per gli storici di oggi e di domani, unitamente ai numerosissimi documenti conservati negli archivi di Trento e di Innsbruck.
Il periodo di aggregazione al mondo tedesco culmina con la prima guerra mondiale, nella quale i Giudicariesi, come singoli cittadini (sia al fronte che a casa) - e pure gran parte dello stesso territorio sud-occidentale -, saranno coinvolti indirettamente e direttamente in operazioni di guerra per oltre quattro anni (la Guerra in Adamello!), attraverso vicende che ormai una nutrita letteratura sta tramandando ai presenti ed ai posteri.
(11) Ma dipendenti dalla Giunta di Innsbruck!
(12) Da ricordare la costruzione delle strade Storo-Tione (1827-1848), Sarche-Tione (1833-1852) e Pinzolo-M.Campiglio (1857-1874)
L'ANNESSIONE ALL'ITALIA
Ormai siamo alla storia di oggi, in gran parte vissuta dalla maggioranza dei Giudicariesi viventi. E' datata 3 novembre 1918 l'entrata delle truppe italiane anche in Giudicarie e la conseguente annessione al Regno d'Italia con tutte le storiche conseguenze.
Un'immagine di quella drastica svolta storica la troviamo in uno studio di Andrea Leonardi, il quale così si esprime: «I lunghi anni del primo conflitto mondiale, che videro vaste aree del Trentino teatro delle ostilità belliche, lasciarono un pesante segno sull'economia locale, riscontrabile non solo nelle distruzioni e nei danneggiamenti materiali - [pensiamo, in Giudicarie, alla Val del Chiese!] - ma anche nel crollo di ogni attività produttiva. All'indomani della cessazione del conflitto, dunque, la popolazione locale si trovò a dover affrontare l'opera di ricostruzione e di recupero delle proprie capacità produttive, in un contesto, tanto istituzionale, quanto economico, che vedeva sconvolto ogni precedente equilibrio».
Le Giudicarie, ancora più impoverite di prima, ricominciarono a vivere l'odissea dell'emigrazione: un fenomeno che segnò sia il primo dopoguerra (1920-1940) sia il secondo (1945-1960) con un'altra infinità di Vie Crucis che meriterebbero di non essere dimenticate, specie nel loro aspetto di sofferenza fisica e morale, sopportata con grande dignità e senza pubblici riconoscimenti ad ogni singola persona rimasta dimenticata nell'anonimato. In quei decenni imperò l'era fascista, con le impensabili trasformazioni sociali, ma anche con la terribile crisi mondiale degli anni '30 e con l'abolizione della rappresentanza comunale e del capocomune, sostituito dal podestà, e la conseguente limitazione delle autonomie locali. In quest'ambito da segnalare la riunificazione di gran parte dei Comuni piccoli in nuovi Comuni più grandi.
Non certo dimenticati, specie dagli anziani e soprattutto dai reduci, i terribili e lunghi anni di guerra in Africa (1935-1936), in Spagna (1936-1939) e soprattutto nel secondo conflitto mondiale (1940-45): in moltissime famiglie rimangono diari, corrispondenze, cimeli, ricordi, dolori e sofferenze difficili da cancellare.
Importante il ritorno all'autonomia regionale (1948) e provinciale (1972) e la ricostituzione di quasi tutti i Comuni autonomi (anni '50) precedentemente unificati dal regime fascista. Quindi la proclamazione della Repubblica, la ricostituzione dei partiti politici secondo i princìpi e con i sistemi propri della democrazia, ed il conseguente nuovo modo di governabilità della cosa pubblica.
A livello amministrativo assai rilevante l'istituzione, nel 1953, dei due Consorzi dei Comuni (BIM) nell'ambito dei due bacini imbriferi del Sarca (con sede a Tione) e del Chiese (con sede a Condino) e del Comprensorio delle Giudicarie con sede a Tione (anni '70).
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A corredo storico può risultare di un certo interesse comparare analiticamente l'alternarsi politico dell'istituzione dei Comuni amministrativi, i quali possono variare a seconda dei princìpi che regolano la concessione e l'assetto di uno Stato. Nel nostro caso si constatano sostanziali differenze: sotto l'impero austroungarico i Comuni amministrativi delle Giudicarie erano 64 (rimasti tali fino agli anni '30); il fascismo li aveva ridotti a 16 (più Turano per l'intera Valvestino, la quale nel 1934 passerà alla provincia di Brescia); l'autonomia regionale li portò agli attuali 40. (13)
Periodo asburgico - Capitanato distrettuale di Tione (n. 64 Comuni)
Giudizio distrettuale di Tione, Comuni 27: Bocenago, Bolbeno, Bondo, Borzago, Breguzzo, Caderzone, Carisolo, Darè, Fisto, Giustino, Javrè, Lardaro, Massimeno, Montagne, Mortaso, Pelugo, Pinzolo, Preore, Ràgoli, Roncone, Saone, Strembo, Tione, Verdesina, Vigo Rendena, Villa Rendena, Zuclo.
Giudizio distrettuale di Condino, Comuni 22: Agrone, Armo, Bersone, Bollone, Bondone, Brione, Castello, Cìmego, Cologna, Condino, Creto, Daone, Darzo, Magasa, Moerna, Persone, Por, Praso, Prezzo, Storo, Strada, Turano.
Giudizio distrettuale di Sténico, Comuni 15: Andogno, Bleggio Inferiore, Bleggio Superiore, Campo, Comano, Dorsino, Fiavé, San Lorenzo, Lundo, Premione, Sclemo, Seo, Sténico, Tavodo, Villa Banale.
Periodo fascista - Mandamento di Tione (n. 16 Comuni)
Val Rendena e Busa di Tione, Comuni 8: Bondo-Breguzzo (anche per un brevissimo periodo Comune d'Arnò), Pinzolo, Ràgoli, Spiazzo, Strembo, Tione di Trento, Vigo Rendena, Villa Rendena.
Val del Chiese e Valvestino, Comuni 4: Condino, Pieve di Bono, Roncone, Storo (più Turano fino al 1934).
Giudicarie Esteriori, Comuni 4: Bleggio, Lomaso, San Lorenzo in Banale, Stenico.

Periodo attuale - Comprensorio delle Giudicarie (n. 40 Comuni)
Val Rendena, Comuni 12: Bocenago, Caderzone, Carisolo, Darè, Giustino, Massimeno, Pelugo, Pinzolo, Spiazzo, Strembo, Vigo Rendena, Villa Rendena.
Busa di Tione, Comuni 8: Bolbeno, Bondo, Breguzzo, Montagne, Preore, Ràgoli, Tione di Trento, Zuclo.
Val del Chiese, Comuni 13: Bersone, Bondone, Brione, Castel Condino, Cìmego, Condino, Daone, Lardaro, Pieve di Bono, Praso, Prezzo, Roncone, Storo.
Giudicarie Esteriori, Comuni 7: Bleggio Inferiore, Bleggio Superiore, Dorsino, Fiavé, Lomaso, San Lorenzo in Banale, Sténico.
(13) I 24 Comuni mancanti non ne richiesero la rifondazione (Borzago, Darzo, Saone, Comano, ecc.)
(Le note a pié di pagina sono a cura di Paolo Scalfi Bàito).
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