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:: Perché Giudicarie?
Dal volume Le mie Giudicarie di Mario Antolini (Antolini Editore, Tione 2002)
In merito alla denominazione Giudicarie, in ordine di tempo, trovo nei Privilegi del vescovo Egnone del 21 giugno 1265 la dizione homines de judicaria (
) et sindicis judicaria (uomini e sindaci della Giudicaria) (in Statuti di Tione). Qualche secolo dopo, nel 1673, il Mariani così precisa l'assetto territoriale giudicariese: «Co 'l descritto di Rendena può qui andar quel del rimanente di Giodicaria, che vien'a essere tutto un Corpo di quattro membri: cioè Rendena, Giodicarie esteriore, Giodicaria interiore e Val di Bon (
)».
Lo Gnesotti, nel 1786, così illustra lo stesso territorio: «Lungo le rive di questi due fiumi - Sarca e Chiese (n.d.a.) - sono poste le sette Chiese principali dette con vocabolo usitato Le Sette Pievi: due sopra il Clisi, e sono Bono e Condino; le altre cinque stanno sulle sponde del Fiume Sarca, cioè Rendena, Tione, Banale, Bleggio e Lomaso. Contengono queste sette Chiese Pievane sotto di sé ripartite altre Chiese Curaziali al numero di circa cinquanta, delle quali gli Abitanti ascendono fino al numero di presso trentatre mila e cinquecento, distribuiti in varie contrade (..) Questa unione di Terre e Villaggi viene denominata Giudicaria, ovvero in termine plurale Giudicarie, nello Spirituale e Temporale governate dal Vescovo Principe di Trento, il quale si denomina Marchese delle Giudicarie. Sotto il nome di Pievi si deve intendere maggior estensione; mentre esse comprendono la Dinastia di Molveno, il Contado di Lodrone, Signoria di Bondone, il Borgo di Storo, e non molto fa comprendevasi la terra di Bagolino. Per quale ragione venissero denominate non appare così facile il saperlo con certezza e precisione». In un documento di fonte austriaca riferibile agli anni 1797-1801, riportato dal Valenti (1907), si citano Giudicarie citeriori e interiori, nonché riportate rispettivamente con gli aggettivi esterne e interne.
Soltanto nella seconda metà del secolo ventesimo si giunge ad una spiegazione più completa e documentata, apparsa nel volume Statuti di Tione (1974) edito dal Comune di Tione e curato dal gruppo storico SPES formato da Ezio, Paolo e Silvia Scalfi. «Il territorio che va ora (sec. XX) sotto il nome di Giudicaria faceva parte nell'Alto Medioevo e almeno fino al secolo XIV, di una più ampia Judicaria, comprendente anche il Basso Sarca, la Valle di Ledro e la Valvestino. La più antica denominazione del nome Judicaria risale al 927 (
) in un testamento del vescovo di Verona Notecherio che lascia in eredità decanias meas proprias, quam habeo in Judicaria Summa Laganense (
). Nel 927, dunque, all'epoca di re Berengario, il nostro territorio faceva parte della Judicaria Summa Laganensis. Infatti Giudicarie o Giudiciarie erano chiamate, in epoca longobarda (VI-VIII sec.) certe circoscrizioni territoriali che ricalcavano, nei confini, un preesistente ordinamento militare romano (
), dal che sembra lecito pensare ad un sistema di Giudicarie poste ai limiti settentrionali del Regno dei Longobardi (
). La Judicaria Summa Laganensis si ridusse al solo ambito delle Sette Pievi nel 1349 quando, il 29 novembre, il vescovo di Trento Giovanni III cedette a Mastino II della Scala, per 4000 fiorini d'oro, li domini di Riva con Tenno, Ledro, Tignale, la valle di Cavedine e Arco. Sono proprio i territori mancanti alle Giudicarie attuali».
A questo punto si evidenzia la chiara opportunità di condividere quanto precisato nel testo citato, che così prosegue: «Resta da chiarire perché il nome di Giudicaria si cambiò in Giudicarie. Perché, a partire dalla metà del 1400, le due parti della Giudicaria - divise geograficamente dai Sassi di Sténico o dalla forra della Scaléta e dal Passo Durone (che sono tre modi per indicare lo stesso confine) - furono divise anche da due fori diversi per il civile: Sténico per le tre Pievi esteriori di Banale, Lomaso e Bléggio (Giudicaria esteriore) e Preore, e poi Tione, per le quattro Pievi interiori di Tione, Rendena, Bono e Condino (Giudicaria interiore); sicché le Giudicarie divennero due. Come foro penale valeva però sempre Sténico e, forse, è questo il motivo che le salvò da una più completa separazione».
Quest'ultima osservazione dovrebbe far riflettere quanti hanno ancora la possibilità di parlare di un unico territorio da salvaguardare nella sua globalità unificante, sia geografica-storica che istituzionale. Questo specifico aspetto viene pure ripreso dalla stessa fonte citata: «Il nome al singolare (Giudicaria) coesiste con quella al plurale (Giudicarie) fin quasi all'estinzione del Principato Arcivescovile di Trento, ma nei documenti fin dal 1500 spesso si affianca ai due nomi il termine di Valle: nelle valli della Giudicaria, nella valle della Giudicaria, nella valle delle Giudicarie. Con quest'ultima designazione il significato originario è ormai perduto e falsato, per cui molti, che non hanno mai visto le Giudicarie, possono legittimamente pensare che siano un'unica valle».
Dal che è facile dedurre l'incongruenza subentrata, specie nella seconda metà del secolo XX (e vigente tuttora), di un'infinità di espressioni che sembra non risultino affatto corrette. A questo proposito ha una sua debita importanza un testo del prof. Bruno Parisi, oriundo giudicariese e docente universitario: «Da presso ai vecchi documenti che, secondo criterio morfologico (non oro-idrografico o d'altro genere) già individuano separazioni fra le Pievi citra et extra Duronum (Passo Durone) et saxa Sténici (forra della Scaletta o di Ponte Pià), il toponimo è stato modernamente aggettivato per distinguere i territori delle Giudicarie Ulteriori o Interiori da quello delle Giudicarie Citeriori o Esteriori (
). Il toponimo Giudicarie Inferiori è stato introdotto senza chiaro criterio dall'Ausserer per distinguere il bacino superiore del fiume Chiese». (In: Giudicarie ieri, 1976). Tuttavia il termine inferiore si trova già, anteriormente, per esempio in un testo del 1698, dove, parlando di Carlo Magno, si dice che l'imperatore «arrivò in Valle Rendena, che si divide nelle Giudicarie superiore e inferiore, così chiamate dalle giudicature che anticamente furono in quel distretto (
)» (Brunelli).
(
) Da parte mia, conseguentemente alla migliore letteratura fino ad oggi disponibile ed in parte citata, sembra sufficientemente chiarito che il toponimo Giudicarie (preceduto soltanto dall'articolo le o da altre eventuali preposizioni semplice o composte) non possa essere usato con alcun altro tipo di aggettivazione, se non unicamente nel caso esplicito di Giudicarie Interiori e Giudicarie Esteriori, e senza il termine né di 'valli', né tanto meno di 'valle'; quindi sempre e sole le Giudicarie.
Conseguentemente le molte altre dizioni (considerate, in un certo senso, scorrette), oggi abbastanza in uso e riferite alle Giudicarie, non sembra abbiano carattere scientifico, ma risultino soltanto il frutto o di mancanza di corretta conoscenza del territorio giudicariese (
), o di scelte personali (o di gruppo), o di qualche errore di interpretazione. Quindi non dovrebbero essere accettate - a mio parere - le espressioni: la Val Giudicarie, le Valli Giudicarie, le Valli delle Giudicarie (purtroppo riportate anche su non poche carte geografiche!). Alta Val Giudicarie e Giudicarie Centrali risultano espressioni scelte negli ultimi decenni in campo turistico per delimitare due ambiti non meglio geograficamente definiti, se non come aggregazioni temporanee di specifiche Pro Loco comunali. Giudicarie Inferiori (toponimo usato in pochissimi testi storici) non sembra accettabile in quanto presupporrebbe in contrapposizione le Giudicarie Superiori. Neppure l'espressione Giudicarie e Rendena, né Val del Chiese e Valli Giudicarie, né Cìmego e Val del Chiese, né Tione e le Giudicarie
ed espressioni simili, come spesso viene scritto o detto, confondendo la parte per il tutto, e tanto meno Tione in Val Rendena possono ottenere razionale comprensione.
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Per facilitare una più chiara comprensione di un territorio così complesso, è forse opportuno evidenziare subito, in forma sintetica, le componenti di ogni singola zona giudicariese. E' bene, quindi, tener presente che le Giudicarie Interiori comprendono:
- geograficamente la Val Rendena (da Passo Campo Carlo Magno al rio Finale), la Busa di Tione (dal rio Finale alla sella di Bondo ed alla forra di Ponte Pià - passo Durone), la val del Chiese (dalla sella di Bondo al lago d'Idro);
- storicamente le quattro antiche Pievi di Rendena (chiesa pievana a Spiazzo), di Tione, di Bono (chiesa pievana a Creto) e di Condino;
- territorialmente 57 Comuni catastali, per una superficie di ca. 928 Kmq.;
- amministrativamente 33 Comuni amministrativi, di cui 12 in val Rendena, 8 nella Busa di Tione e 13 nella val del Chiese;
- ecclesiasticamente i tre Decanati di Rendena, Tione e Condino, rispettivamente con 13, 11 e 14 Parrocchie.
A loro volta le Giudicarie Esteriori comprendono:
- geograficamente il Banale (in sponda sinistra della Sarca), il Bléggio (in sponda destra della Sarca ed in sponda sinistra del torrente Duina), il Lomaso (in sponda destra della Sarca ed in sponda destra della Duina);
- storicamente le tre Pievi del Banale (chiesa pievana a Tavodo), del Bléggio (chiesa pievana a Santa Croce) e del Lomaso (chiesa pievana a Vigo);
- territorialmente 34 Comuni catastali, per una superficie di ca. 248 Kmq.;
- amministrativamente 7 Comuni amministrativi, di cui 3 nel Banale, 2 nel Bléggio e 2 nel Lomaso;
- ecclesiasticamente il solo Decanato di Lomaso con 19 Parrocchie (6 nel Banale, 6 nel Bléggio e 7 nel Lomaso).
:: Oroidrografia delle giudicarie
Dal volume Le mie Giudicarie di Mario Antolini (Antolini Editore, Tione 2002)
Le Giudicarie si presentano come un territorio preminentemente montuoso, dominato a nord-ovest dai Gruppi della Presanella e dell'Adamello con i loro graniti ed i loro estesi ghiacciai, e a nord-est dal Gruppo di Brenta, ormai noto come le Dolomiti occidentali. Alpinisticamente nomi di cime e di monti ormai entrati nella letteratura mondiale: cima Presanella (m. 3556), Corno di Cavento (m. 3402), monte Fumo (m. 3418), Carè Alto (m. 3462), Cresta Croce (m. 2307), cima Tosa (m. 3173), cima Brenta (m. 3150); solo alcuni nomi di una infinità di toponimi diventati leggendari per le imprese di affermati alpinisti, nazionali e stranieri, che dalla seconda metà del secolo XIX si sono succeduti a spaziare ed a godere di un fantasmagorico universo montano, che il Brentari, già alla fine del 1800, definiva: «Un vero paradiso per l'alpinista»; e davvero si tratta di un eden oggi capillarmente servito da una lunga catena di ospitali rifugi, la maggior parte voluti e gestiti dal più famoso sodalizio alpinistico trentino: la Sat (Società Alpinisti Tridentini), nata proprio in Giudicarie (tra i 27 soci fondatori ben 16 erano giudicariesi), a Madonna di Campiglio, nel lontano 2 settembre 1872. In proposito va ricordato che la sezione di Pinzolo del Corpo di Soccorso Alpino - già esistente nel 1902 - è la prima sorte in Italia il 22 maggio 1952. (
)
Nella parte sud-occidentale delle Giudicarie, le propaggini del Gruppo dell'Adamello propongono una catena infinita di crinali d'alta quota (m.te Ignaga, m. 1620; passo di Campo; m. 2288; cima Re di Castello, m. 2891; m.te Brealone, m. 2248) dando origine a convalli superbe ed originali. Nella parte centro-meridionale, invece, fra le Giudicarie Interiori e le Esteriori, dominano le Alpi Ledrensi (con la quota massima al m.te Càdria di 2254 metri), mentre all'estremo est s'alza la dorsale della catena del m.te Casale (m. 1631), i cui fianchi orientali strapiombano sulla valle della Sarca con pareti di pile calcaree alte dai 1200 ai 1440 metri, ma i cui fianchi occidentali scendono dolcemente, carichi di verde, dando all'aspetto agricolo del Lomaso una sua piacevole visione montana. Nella parte meridionale delle Giudicarie Esteriori il territorio è quasi chiuso dai curiosi blocchi selvosi e rocciosi dei monti Cogórna (m. 1866) e Misone (m. 1803). (cfr. Gorfer).
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Tutte queste catene montuose rendono le Giudicarie un territorio morfologicamente accidentato, racchiuso da una linea di spartiacque che lo fa sembrare una valva di conchiglia dai bordi frastagliati e insormontabili. Una situazione che dà luogo ad una serie quasi infinita di valli e convalli, di conche, altopiani e terrazzi, una gamma quanto mai alterna e suggestiva. Credo di non sbagliare se considero caratteristica ambientale maggiormente eclatante dell'intero territorio giudicariese la presenza e la visione di quei solchi glaciali, di cui sono esempi più che significativi la val Genova, le valli di Fumo e di Daone, e la val d'Ambiéz.
Queste tre incomparabili perle, ormai di fama mondiale, non sono che un'immagine di facciata di ciò che, invece, contiene in sé l'intero ambito comprensoriale. Il soffermarsi a considerare soltanto ciò che la propaganda turistica mette in primo piano, sarebbe un errore, poiché le bellezze più intrinseche e più preclare sono nascoste in un dedalo sconosciuto di meandri, ancor oggi inesplorati dai più e visitati da secoli solo dai cacciatori e poi, saltuariamente, da pochi alpinisti e da ancor meno naturalisti, fra cui alcuni esperti geologi.
Descrivere ciascuna vallata, e soprattutto ciascuna convalle, sarebbe un ripetere in continuazione le stesse cose, e cioè: l'impressionante silenzio rotto soltanto dal chiacchierio delle acque e dallo stormire delle fronte; il susseguirsi di tonalità verdi e di tinte immaginifiche della vegetazione, che ad ogni stagione rompono ed illuminano il grigiore delle rocce, ingentilendo il suolo di una varietà inimmaginabile di colori; la compagnia d'un cielo che sembra fatto apposta per non turbare, anzi per esaltare l'equilibrio del profilo dei monti; la dolcezza serenante che emana da una Natura che diventa vita nel senso più primitivo, ma anche più vero della parola.
Non sono certo le parole degli altri quelle che possono convincere qualcuno a sentire le stesse impressioni, a provare le stesse sensazioni, a vivere gli stessi sentimenti. Scrittori e poeti hanno descritto e cantato questa nostra terra giudicariese, queste nostre nascoste oasi di pace; ma tutto questo universo miniaturizzato è lì che attende d'essere visitato e conosciuto, apprezzato e salvaguardato nella sua testimonianza d'un equilibrio naturale che - se l'uomo vuole - può diventare anche motivo ed esempio di equilibrio interiore e sociale insieme. Ma occorre farlo in silenzio, a piedi, quasi con timidezza, come ci si trovasse in una cattedrale: istanti - e magari giornate - di raccoglimento che lasciano il segno. Occorre, però, aver pausa del turismo di massa e degli incontri chiassosi.
Qualche specifico riferimento ambientale? Non vi è che la difficoltà della scelta. Nel bacino della Sarca non si può che iniziare con la val Genova e le sue laterali di Folgàrida, di Làres, di Siniciàga, di Germénega, di Gabbiolo, di Nàrdis, cui vanno aggiunte le splendide convalli di Nambrone, di Brenta, di Valàgola, di Vallesinella, di Borzago e di San Valentino
per spostarci in Val d'Algóne con le sue val di Nambi, val di Sacco, il Vallón, val Genèra. Nel Banale la val d'Ambiéz e la val di Jon, nel Lomaso la Lomasona e nel Bléggio la val Marcia. Nel bacino del Chiese non ci si può richiamare che allo stupendo solco alpino - unico del suo genere - delle innestate fra loro valli di Fumo e di Daone, arricchite, in sponda destra ed in sponda sinistra, delle convalli di Danerba, di Molìn, di Valbona, di Noèra, del Leno; più a sud, ancora la val Aperta con la val Giulìs in quel di Condino, e la val d'Àmpola con val Lorina in quel di Storo.
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In questo dedalo di valli e convalli cantano da sempre le acque delle Giudicarie: la maggior ricchezza in assoluto d'una terra, in cui ghiacciai e sorgenti assicurano il perenne sgorgare di zampilli affascinanti che costituiscono il sicuro compagno di viaggio lungo qualsiasi percorso, vuoi sul fondovalle, che sui declivi e sulle conche più alte. Sono sorgenti, rivi, torrenti, fiumi, laghi che si alternano senza fine in una sequenza sempre nuova, sempre diversa, sempre avvincente che dona allegrezza, serenità, distensione e pace. L'acqua compagna inseparabile dell'uomo, ovunque e sempre: questa è la certezza che sa donare la terra di Giudicarie. (
)
Ed ecco, quindi, i due fiumi che, con i loro bacini in provincia di Trento, caratterizzano le Giudicarie: la Sarca ed il Chiese. La Sarca presenta due peculiarità: la prima è data dal ripetersi dello stesso toponimo per tutti i rami principali che la formano (Sarca di Nambino o di Campiglio, Sarca di Vallesinella, Sarca di Brenta, Sarca di Nambrone, Sarca di Genova); la seconda è motivata dall'essere l'unico fiume italiano che da immissario e da emissario d'un lago (il Garda) cambia nome: da Sarca a Mincio. In epoche remotissime preistoriche il corso del fiume scendeva da nord a sud in direzione della Lombardia; soltanto successivamente, con l'instaurazione della sella di Bondo, il suo tragitto verso meridione si interruppe nella conca di Tione per prendere la direzione verso est, attraverso la forra di Ponte Pià (oggi trasformata in un bacino artificiale per scopi idroelettrici) e la forra del Limarò, per poi rivolgersi nuovamente in direzione sud, una volta sfociato nella val del Sarca, in località le Sarche. «Complessivamente - scrive C. Battisti nel suo Il Trentino (1898) - la Sarca, dalla sorgente (vedretta della Lobbia a 2050 m.) alla foce nel lago di Garda, misura 77,2 Km.; ha una caduta di 1986 m. ed un declivio medio di 25 m. al km.» Come curiosità aggiunge che «sul Sarca fu scritto un poemetto in latino da Pietro Bembo (Venezia 1470 - Roma 1547)».
Tutta la sua potenzialità acquifera accresciuta da quella dei suoi affluenti di destra e di sinistra (Bedù I e Bedù II, Finale, Maftina, Arnò, Manéz, Algóne, Duina, Ambiéz, Bondai) - è stata depauperata dai grandiosi impianti idroelettrici degli anni '50-'60 che ne hanno convogliato le acque nella centrale di Santa Massenza con una razionalità imprenditoriale all'avanguardia dei tempi (di allora), ma con il conseguente altrettanto razionale impoverimento di tutto il territorio montano interessato. E non sono certo le briciole elargite dallo Stato attraverso i sovraccanoni ai Bim quelle che possono indennizzare le popolazioni (e le terre) private da immense ricchezze portate via, non una volta soltanto, ma in continuazione, senza sosta, né di giorno, né di notte.
Altrettanto dicasi per il Chiese, che scende dalle falde meridionali del gruppo dell'Adamello, bagnando in sequenza (in territorio trentino) le valli di Fumo, di Daone e del Chiese. Anche in questo caso gli imponenti impianti idroelettrici non solo hanno rubato una ricchezza d'acque indescrivibile, ma hanno addirittura sconvolto l'intero volto di una vallata, trasformata oggi in una mostra (!) delle opere edilizie che l'uomo ed il cemento sanno inventare ed attuare. Anche le acque di quasi tutti i suoi maggiori e minori affluenti - Adanà, Danerba, Rondon, Redoten, Ribo, Giulìs, Sorino, Santa Barbara, Pàlvico - stanno conoscendo lo stesso destino.
Oggi le acque del Chiese - in modo particolare nel suo tratto in val di Daone - richiamano visitatori da ogni regione italiana ed anche dall'estero, in inverno per le innumerevoli cascate di ghiaccio e durante la buona stagione per la visita agli impianti idroelettrici che le catturano a Bissina (diga: coronamento m. 561, altezza m. 87, bacino mc. 60.000.000), Boazzo (diga: coronamento m. 440, altezza m. 57, bacino mc. 11.769.600) e a Morandìn (diga: coronamento m. 76, altezza m. 30, bacino: mc. 298.800). «Complessivamente il Chiese, dalla sorgente (vedretta di Fumo a 2500 m.) alla foce nel lago d'Idro, misura km. 49,5 ed ha una caduta di 2132 m.» (Battisti).
Questi due fiumi, ed i loro bacini imbriferi, sono scientificamente e magistralmente descritti, in pagine impareggiabili, da Cesare Battisti già dal 1898 nel suo Il Trentino.
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Argomenti idrografici giudicariesi, che nel 1978 mi avevano portato a scrivere impressioni che sento tuttora vive in me: «Le acque dei fiumi, dei torrenti e dei laghi delle Giudicarie sono conosciute in modo particolare dai pescatori dilettanti, che annualmente a migliaia risalgono di riva in riva, di masso in masso, i solchi vallivi carichi di millenni, in cerca del guizzo fugace delle trote fario e iridee, le quali costituiscono quasi il cento per cento della fauna ittica locale, senza tuttavia dimenticare l'oggi assai raro gambero d'acqua dolce, che era abbastanza presente fino a poco tempo fa, mentre - come testimoniano gli affreschi dei Baschenis - era più che mai ricercato per il suo prelibato sapore nel Medioevo. Ma non va dimenticato l'aspetto estetico delle acque correnti fra massi granitici, muschi vellutati e verdeggianti rive, e più ancora dei laghetti alpini che rispecchiano i picchi rocciosi e l'azzurro dei cieli. Sono visioni d'estasi che incantano il turista, l'alpinista, l'uomo della montagna, specie per quanti le sanno avvicinare in cosciente raccoglimento, a piedi, lasciando lontano, nel fondovalle abitato, le ruote gommate del proprio automezzo».
A Idro, dove c'è il lago, vi era uno scudo di monti; la Sarca risaliva verso la Val di Ledro (lago di Ledro) e scendeva trattenuta dalla massa morenica dell'antico ghiacciaio del Garda (Era Terziaria o Cenozoica, 70/65 mln di anni fa), come descritto dagli studiosi prof. mons. Ferrari e Gino Tomasi (nota di Paolo Scalfi Bàito).
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